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    Intervista Formagramma

    Un estratto dell'intervista realizzatami dai ragazzi di formagramma.

    Catanese di origine ma fiorentino di adozione, Giuseppe Marano è un giovane fotografo che con i suoi reportage ha ottenuto riconoscimenti in diversi contest fotografici, nazionali e internazionali, ultimo dei quali il “Ragusa Foto Festival 2013″.

    Il tuo reportage fotografico, intitolato “Finché morte non ci separi”, ha ricevuto una menzione speciale all’edizione 2013 del Ragusa Foto Festival. Di cosa si tratta?

    È un progetto che parte da lontano, dal mio Erasmus in Spagna nel 2008. In quell’occasione, vivendo a Siviglia capitava spesso di finire a parlare in qualche bar di tapas della corrida, dei perché si e dei perché no. In quel periodo iniziai a pensare alla possibilità di indagare sul quel mondo e di capire cosa avesse spinto l’uomo nel corso della propria storia a confrontarsi spesso con la figura del toro. Ne nacque la mia tesi di laurea dal titolo: “L’uomo e il Toro. La corrida Spagnola dalla preistoria ad Almodóvar”. Successivamente nel 2011 iniziai a seguire un torero della provincia di Siviglia, Alfonso Oliva Soto, sia durante gli allenamenti che durante le corride. Sono ritornato in Spagna per continuare il progetto a Maggio di quest’anno e questa volta ho concentrato la maggior parte della ricerca sui tori e sul mondo in cui vivono. Ho iniziato questo progetto cercando di capire cosa legasse queste due creature, Uomo e Toro e alla fine ho scoperto che il momento in cui sono più vicini è quello della Morte. Quest’ultima pertanto diventa incontro e separazione, un istante in cui si racchiude forse il senso del tutto. 

     Durante i tuoi reportage fotografici, preferisci lavorare da solo, o in compagnia?

    Solo. I progetti che ho seguito ad oggi nascono da necessità personali, da domande interiori e anche per questo vado da solo perché in fondo scattando vado a cercare qualcosa di me: è un viaggio con te stesso. Raccontaci cosa succede tra l’istante in cui scatti e il momento in cui pubblichi un tuo lavoro. 

    Come avviene la selezione, l’elaborazione ed eventuale post-produzione delle foto?

    Non ci sono delle regole fisse, a volte ho bisogno di tempo prima di poter riprendere le foto e guardarle, ma altre volte invece il passaggio è continuo: al rientro dallo shooting so già cosa voglio e non mi tocca che metterlo in atto. La selezione è la parte più complessa e per quella cerco sempre di farmi aiutare perché è davvero difficile prendere il giusto distacco dalle proprie foto: mi confronto con tanti e alla fine decido cosa fare. Amo il confronto.

    Quando la fotografia da semplice passione si è trasformata nella tua professione?

    Non credo esista un momento preciso ma da quando ho scoperto la fotografia in realtà è stata un’immersione totale, è stato come trovare una parte di me mancante, una voce di cui avevo bisogno quasi fisiologico. Il passaggio a farne un lavoro è stato automatico, non mi sono posto quasi mai il problema: è stato. 

     Quali persone e/o luoghi hanno influenzato il tuo periodo di formazione? 

     Il mio incontro con la fotografia è stato fortuito, nè voluto nè cercato. Sicuramente i miei genitori che hanno avuto un ruolo determinante anche se per certi versi a loro insaputa. Mi ritrovai per caso con una reflex tra le mani e da lì iniziai il percorso che mi porta ad oggi. Fondamentalmente sono un autodidatta, non ho frequentato nessun corso o scuola ad eccezione di un workshop negli USA a NYC grazie ad una borsa di studio vinta nel 2011 e sicuramente quel passaggio è stato un momento fondamentale per la mia crescita. Lì ho incontrato delle persone che mi hanno dato tanto. Se devo fare dei nomi direi Andrew Sullivan, Erica McDonald, e i ragazzi di Spazio Labò, Laura De Marco e Roberto Alfano. Quell’esperienza si ripercuote tutt’oggi sul mio lavoro e sulla mia crescita di uomo-fotografo. La cosa più bella di questo cammino è che ho tante persone che in questi anni mi hanno appoggiato e rincuorato, stimolato e ascoltato. Un collega, un amico, ultimamente mi sta aiutando a guardare il tutto con occhi diversi: Paolo Ciregia. 

     Quali sono le fonti da cui trai ispirazione per i tuoi lavori?

    D’istinto direi la musica. Nelle mie foto cerco sempre la musica che ho dentro, le atmosfere che mi fanno sognare e cerco di ritornarle nelle mie immagini. Allo stesso tempo però leggo tantissimo e non smetto mai di comprare libri fotografici. Su questo punto ci sono pareri contrastanti, perché si corre sempre il rischio dell’emulazione ma io personalmente credo che lo sviluppo dell’arte passi dalla conoscenza di sè stessa. Un po’ come mi disse un mio caro zio agli inizi: “Impara la tecnica e poi dimenticala”. Beh io credo che lo studio serva a questo, d’altronde le foto che scattiamo sono il risultato di quello che abbiamo vissuto nella nostra vita, della musica ascoltata, dei film visti, dei libri letti. Rifletto tanto su quest’aspetto e credo che la chiave stia nell’impregnarsi di tutto ma di riuscire poi a scattare liberamente, d’istinto. Riuscirci è un percorso che può durare una vita.

    Cosa ti affascina maggiormente del reportage fotografico e della wedding photography, i settori in cui prediligi operare, rispetto agli altri generi fotografici? 

     Entrambe le cose sono collegate da un filo sottile che è l’essenza che mi affascina della fotografia, ovvero quella del racconto, dell’autenticità di un’emozione, del momento. Amo perdermi tra la gente e raccontare il mondo che vedo e che sento. La scelta non nasce quindi dal settore di per sè, ma dalla possibilità di esprimermi in un determinato modo. 

    L'intervista continua a questo linkformagramma.com